Celebrazione dei ‘nuovi martiri’ della Chiesa Ortodossa russa

Celebrazione dei 'nuovi martiri' della Chiesa Ortodossa russa

Ogni 7 febbraio la Chiesa Ortodossa russa commemora i ‘Nuovi martiri e confessori di Russia’, ovvero coloro che per la loro fede furono perseguitati ed uccisi durante il periodo bolscevico.

Di seguito una breve cronistoria di ciò che accadde alla Chiesa Ortodossa Russa dopo la Rivoluzione d’Ottobre:

PREMESSA

Nel 1914, la Russia contava 1.025 monasteri, 78.488 chiese, cappelle e luoghi di preghiera, 51.105 sacerdoti, 15.035 diaconi, 46.489 sacerdoti e 130 vescovi. Il 70% della popolazione dell’Impero, circa 120 milioni di persone, era ortodossa.

1917

Dopo l’ascesa al potere dei bolscevichi, il 2 novembre, fu emanata la “Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia”, che bandiva la Chiesa da tutte le sfere della vita civile e pubblica.

All’inizio di novembre fu assassinato l’arciprete Giovanni Kochurov per aver tentato di rivolgersi al popolo con parole di pace e consolazione durante una processione religiosa. Padre Giovanni è ricordato come il primo ‘nuovo martire’.

L’11 dicembre tutte le istituzioni educative gestite dalla Chiesa furono sequestrate.

Il 17 dicembre vennero emanati decreti sulla legislazione matrimoniale che garantivano valore legale solo ai matrimoni civili e non a quelli religiosi.

1918

Il 16 gennaio fu abolita l’istituzione dei cappellani militari.

Il 22 gennaio fu pubblicato il decreto “Sulla libertà di coscienza” che privava le comunità religiose del diritto alla proprietà.

Sempre a gennaio venne ucciso il Metropolita Vladimir a Kiev, primo vescovo a essere martirizzato sotto il regime sovietico.

Il 19 aprile iniziò il suo lavoro una speciale commissione “per la liquidazione della Chiesa”.

Il 10 luglio la prima costituzione sovietica privò il clero del diritto di voto ed ai loro figli fu proibito l’accesso agli istituti di istruzione superiore.

Anni ’20

Tra il 1918 e il 1920, 673 dei 1.025 monasteri esistenti furono chiusi amministrativamente.

Nel 1922 ebbe luogo il primo processo pubblico al clero, con l’inizio delle esecuzioni “per ordine del tribunale del popolo”. Solo nel 1923, morirono 2.691 preti, 1.962 monaci e 3.447 monache e novizie.

Negli anni successivi l’ascesa al potere dei bolscevichi furono pubblicati 1.700 titoli di letteratura propagandistica anti-religiosa per un totale 40 milioni di copie.

Nel 1928, la Chiesa fu accusata di “mobilitare elementi reazionari e ignoranti allo scopo di attaccare il potere sovietico”.

Anni ’30

L’intento delle autorità di distruggere fisicamente coloro che nutrivano una coscienza religiosa divenne evidente. I fedeli furono sottoposti ad arresti di massa, incarcerazioni, esili e talvolta esecuzioni. Tra il 1929 e il 1933, circa 40.000 membri del clero e funzionari ecclesiastici subirono varie forme di repressione, solitamente venivano incarcerati per “agitazioni antisovietiche”.

All’inizio del 1935, il numero di funzionari ecclesiastici registrati non superava i 20.000. Molti si diedero alla clandestinità. Eppure, durante il censimento del 1937, dei 98,4 milioni di persone di età superiore ai 16 anni residenti nella Russia sovietica, 41,6 milioni si identificavano come ortodossi, ovvero il 42,3% della popolazione adulta.

Nel solo 1937 sessanta vescovi furono giustiziati.

Anni ‘40

Secondo la ‘Commissione per la Riabilitazione’ del Patriarcato di Mosca, entro il 1941, 350.000 persone erano state perseguitate per la loro fede, tra cui 140.000 membri del clero.

Nel 1941, il clero ufficialmente registrato era sceso a soli 5.665 membri.

Nonostante una delle più brutali persecuzioni nella storia del cristianesimo, i bolscevichi non riuscirono a distruggere la Chiesa. La cristianità è nel DNA del popolo russo e non può essere estirpata nemmeno con la forza. Tutto ciò non ha fatto altro che rafforzare la Chiesa Ortodossa che oggi rinasce glorificando i suoi martiri.

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