Storia della Russia, capitolo XIX: Dottrina Breznev e inizio della crisi

Storia della Russia, capitolo XIX: Dottrina Breznev e inizio della crisi

Breznev proseguì la linea di allentamento della censura inaugurata dal suo predecessore e pose fine alla repressione della Chiesa Ortodossa, revocando il divieto di praticare la fede religiosa che comunque restava sconsigliata dal Partito Comunista. Nei suoi primi anni di governo Breznev poté beneficiare degli effetti positivi delle riforme economiche impostate da Krusciov. Furono aperti nuovi giacimenti petroliferi, soprattutto in Siberia, e cominciarono le esportazioni di petrolio e gas in Occidente, soprattutto verso i paesi satellite dell’est Europa. Il lancio di un vasto programma per lo sviluppo nucleare portò alla costruzione di oltre 50 reattori che riuscivano a soddisfare circa un quarto dell’intero fabbisogno di energia elettrica dell’Urss, oltre allo sviluppo di sottomarini nucleari e missili balistici intercontinentali capaci di colpire gli Stati Uniti.

L’agricoltura fu parzialmente liberalizzata e i prodotti di consumo cominciarono ad essere sempre più diffusi, con televisori e telefoni che ormai erano presenti non solo nelle abitazioni cittadine ma anche nei villaggi. Aziende straniere (italiane, tedesche, francesi e giapponesi) cominciarono a investire in territorio sovietico, si pensi allo stabilimento Fiat a Togliatti, e le frontiere furono parzialmente aperte ai turisti occidentali. Nella seconda metà degli anni ‘70 il tenore di vita dei cittadini sovietici si era rapidamente avvicinato a quello degli occidentali e l’Urss era ormai una affermata superpotenza globale.

Tuttavia negli anni successivi uno stallo della crescita economica e la crescente libertà di pensiero dovuta all’allentamento della repressione portarono alla nascita delle prime forme di dissenso pubblico verso il regime comunista. Uno dei più celebri dissidenti fu lo scrittore Aleksandr Solzenicyn. Nazionalista, fervente ortodosso, anticomunista ma anche anti-occidentale, con la sua opera più famoso ‘Arcipelago Gulag’ fece conoscere al mondo l’orrore dei campi di lavoro forzato sovietici. Dopo la vittoria del premio Nobel per la letteratura nel 1970 rivolse un appello ai dirigenti sovietici per chiedergli di mettere da parte la fallimentare ideologia marxista-leninista e tornare “ai valori nazionali della millenaria tradizione della Russia”. In risposta venne espulso dall’Urss nel 1974. Il dissenso comunque in quegli anni non riuscì a divenire un fenomeno di massa.

Interventismo internazionale tra successi e pesanti fallimenti

In un discorso tenuto durante un’assemblea del Partito Comunista polacco fu formulata la cosiddetta ‘dottrina Breznev’ che riconosceva all’Unione Sovietica il diritto di intervento negli affari interni di qualsiasi nazione del blocco socialista qualora venisse messo in discussione il legame con Mosca. Così fu fatto nel 1968 in Cecoslovacchia con la repressione militare della ‘Primavera di Praga’, una rivolta nata a fronte della volontà da parte del governo locale di procedere con una serie di riforme in senso liberale viste dall’Urss come un tentativo di sganciarsi dal Patto di Varsavia.

L’Unione Sovietica fornì un importante sostegno militare al Vietnam del Nord nel corso di una lunga guerra che segnerà nel 1975 una clamorosa sconfitta americana alla quale seguì un periodo di distensione nei rapporti tra le due superpotenze con la firma di trattati per la limitazione delle armi strategiche e la non proliferazione di quelle nucleari (Salt I e Salt II) e soprattutto degli Accordi di Helsinki che riconoscevano ufficialmente per la prima volta i confini e gli assetti internazionali venutisi a creare con la fine del secondo conflitto mondiale.

Sulla scia della vittoriosa esperienza in Vietnam, l’Unione Sovietica intervenne in molti paesi del Terzo Mondo (Etiopia, Mozambico, Angola, Laos, Cambogia, Nicaragua etc) per sostenerne le lotte di indipendenza e liberazione dalle potenze colonizzatrici occidentali con l’obiettivo di allargare il campo dei paesi socialisti in tutto il mondo. Questa strategia però portò ad un notevole dispendio di risorse finanziarie.

Si inasprirono invece i rapporti tra Unione Sovietica e Cina con sporadici scontri armati lungo i confini e la divisione internazionale tra partiti comunisti filo-sovietici e filo-cinesi. La visita del Presidente americano Richard Nixon in Cina complicò ulteriormente le cose segnano la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi e allontanando sempre più Pechino da Mosca.

L’intervento militare in Afghanistan nel 1979 a sostegno di una giunta militare filo-marxista, invisa alla maggioranza della popolazione che restava molto legata a religione e tradizioni locali, catapultò l’Unione Sovietica in un conflitto dalle fallimentari conseguenze militari, economiche e politiche.

Gerontocrazia

L’epoca di Breznev fu segnata dal forte aumento della corruzione tra l’élite (nomenklatura) del partito. Ormai lontano il periodo stalinista in cui si era condannati a morte per il solo sospetto di appropriazioni indebite e fallito per le forti resistenze dei burocrati il tentativo di Krusciov di riformare l’organizzazione interna del partito, la nomenklatura cominciò ad approfittarsi del proprio potere in modo sempre più sfacciato. Addirittura uomini politici utilizzavano fabbriche di Stato per produrre beni da vendere clandestinamente al mercato nero. Questo fenomeno comportò una progressiva perdita di fiducia della popolazione nei confronti della classe dirigente comunista.

Nel 1982 Breznev morì e fu sostituito dall’ex-capo del Kgb (potente apparato che svolgeva i compiti di polizia e servizi segreti) Jurij Andropov, già in cattive condizioni di salute e che infatti morirà dopo soli due anni. Avrà vita ancora più breve il suo sostituto Konstantin Chernenko, morto nel 1985 lasciando spazio all’ultimo segretario del Pcus, Mikhail Gorbaciov.

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