Storia della Russia, capitolo XXI: Caos e rinascita
Con lo scioglimento dell’Urss nasceva come Stato indipendente la Federazione Russa che venne subito riconosciuta dalla comunità internazionale quale successore dell’Unione Sovietica, ereditandone il posto di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il 25 dicembre 1991 la bandiera tricolore russa sostituì la falce e martello sovietica sulla cima del Cremlino.
Un inferno chiamata democrazia liberale
Il governo guidato da Eltsin lanciò immediatamente un piano di riforme economiche ultraliberiste che sconvolsero la nazione. La privatizzazione di aziende che fino a quel momento avevano operato in regime di monopolio e rappresentavano quindi i pezzi più pregiati dell’economia russa avvenne in modo repentino con lo Stato che le svendette a uomini d’affari spuntati fuori dal nulla. Quasi sempre si trattava di appartenenti alla criminalità organizzata, gangster spesso in lotta tra loro che si scambiavano attentati e proiettili per le strade di Mosca. Mentre nasceva la nuova classe sociale degli oligarchi, la popolazione viveva tempi durissimi. L’iperinflazione aveva cancellato i risparmi di molti cittadini e con il fallimento di migliaia di aziende, spiazzate dalle improvvise liberalizzazioni, in tanti si trovarono senza più uno stipendio, ed i prezzi dei prodotti, in assenza di controllo da parte dello Stato, salivano alle stelle. Le conseguenze di questo tracollo economico furono crisi demografica, alcolismo dilagante, calo dell’aspettativa di vita ed emigrazione di massa. Secondo alcune stime della Banca Mondiale la percentuale di famiglie che viveva sotto la soglia di povertà salì vertiginosamente dall’1,5% nell’ultimo periodo del regime sovietico al 49% nel 1993. Il passaggio verso la democrazia capitalista fu sinonimo per i russi di anarchia e impoverimento.
Sull’orlo della guerra civile
Cominciò a formarsi una vasta opposizione, sia popolare che parlamentare, alle politiche di Eltsin, il quale con un colpo di mano abolì nel 1993 il Soviet Supremo, dove era in minoranza. Si trattava di una mossa contraria alla Costituzione ed il Soviet reagì incriminando Eltsin e sostituendolo con il vicepresidente Alexander Ruckoj. Si aprì quindi un grave conflitto istituzionale. Manifestanti anti-Eltsin occuparono gli ufficio del sindaco di Mosca, la sede della televisione e il Palazzo del Governo. Eltsin ordinò all’esercito di intervenire e il 4 ottobre carri armati bombardarono il Palazzo del Governo causando quasi 200 vittime e costringendo Ruckoj ed i suoi sostenitori alla resa. Il 12 dicembre con un referendum fu approvata la nuova costituzione della Federazione Russa che adottava un sistema politico fortemente presidenzialista. Le privatizzazioni e i tagli alla spesa sociale proseguirono senza sosta guidati da quello che diventerà uno dei più stretti collaboratori di Eltsin, l’economista di origine ebraica Anatolij Chubais.
Secessione della Cecenia
Intanto in Cecenia l’ex generale sovietico Dzochar Dudaev annunciò la secessione da Mosca ponendosi a capo dell’autoproclamata Repubblica Cecena di Ichkeria. La Russia non poteva permettersi di perdere uno dei principali centri petroliferi del paese e rischiare che l’insurrezione si allargasse anche ad altri territori a maggioranza islamica come il Daghestan o il Tatarstan. Quindi nel dicembre del 1994 Eltsin prima ordinò bombardamenti a tappeto, che causarono migliaia di vittime civili, e poi inviò le truppe di terra ad occupare la capitale Groznyj. Malgrado la sproporzione di uomini e mezzi in favore dei russi, i ceceni opposero una dura resistenza costringendo le truppe di Mosca ad una violenta guerriglia urbana, con massacri e gravi violazioni dei diritti umani da entrambe le parti. Alla fine l’esercito russo riuscì a prendere il controllo di Groznyj, ormai ridotta ad un cumulo di macerie, ma la resistenza cecena non si fermò. Il Gran Muftì della Cecenia Akhmad Kadyrov proclamò la jihad (guerra santa) contro la Russia e diverse migliaia di miliziani islamici accorsero a dare manforte ai separatisti. Cominciarono a verificarsi scontri armati anche nelle regioni confinanti di Daghestan e Inguscezia. Il leader militare Shamil Basayev iniziò a praticare azioni terroristiche sul territorio russo come il sequestro di un ospedale nella città di Budennovsk con 1600 persone all’interno. La debole reazione del governo che si dimostrò disponibile a trattare consentendo ai sequestratori di tornare in Cecenia non fece che rafforzare Basayev ed il suo gruppo nel proseguire con questa tattica. Nonostante l’uccisione del leader indipendentista Dudaev, i combattenti ceceni riuscirono a riprendere il controllo di Groznyj costringendo il Presidente russo Eltsin, sotto la spinta di un opinione pubblica sempre più critica verso la guerra, a firmare un trattato di pace nell’agosto del 1996 che riconosceva l’indipendenza della Repubblica Cecena di Ichkeria.
Caduta del ‘burattino’ Eltsin
I disastri in ambito economico-sociale e il fallimento della campagna cecena avevano ridotto il consenso di Eltsin ai minimi termini proprio alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1996, alle quali arrivava come grande favorito il leader comunista Gennadij Zjuganov, capace di intercettare il vasto malcontento sociale della popolazione. Ma Eltsin poteva contare su importanti appoggi esterni. I principali oligarchi russi si riunirono in Svizzera a Davos e in cambio della promessa di poter continuare a mettere le mani nelle privatizzazioni delle imprese statali si impegnarono a finanziare cospicuamente la campagna elettorale del presidente in carica. Anche dagli Stati Uniti arrivarono milioni di dollari di contributi, oltre ad un team di esperti nella comunicazione politica. Il regista di tutte queste operazioni fu il coordinatore della campagna elettorale Anatolij Chubais. Alla fine Eltsin riuscì ad avere la meglio contro Zjuganov al ballottaggio con il 53% dei voti. Ma il suo secondo mandato durò poco. Nel 1998 subito dopo l’ingresso nel G8, forum politico tra le otto principali potenze mondiali, la Russia andò incontro ad una forte crisi economica che portò al default del debito sovrano e ad una forte svalutazione del rublo. Eltsin, provato da gravi problemi cardiaci e dall’abuso di alcol, rassegnò le sue dimissioni nel giorno di Capodanno del 1999 nominando come suo successore l’ex-direttore dell’Fsb (servizio di sicurezza interno erede del sovietico Kgb) Vladimir Putin, figura allora poco nota nel panorama politico ma che avrebbe cambiato la storia della Russia moderna.
