Storia della Russia, capitolo XX: La fine dell’URSS

Storia della Russia, capitolo XX: La fine dell'URSS

Il paese si trovava in piena stagnazione economica, aggravata nel 1986 da un forte calo del prezzo del petrolio e dall’incidente alla centrale nucleare di Cernobyl. Per cercare di invertire la rotta Gorbaciov annunciò l’avvio di una stagione di grandi riforme politiche, economiche e sociali che passò alla storia come ‘perestrojka’ (ricostruzione).

L’obiettivo era quello di condurre il regime comunista verso la liberalizzazione economica e la democratizzazione politica. Venne quindi incentivata l’apertura di aziende private con un passaggio di fatto all’economia di mercato. Dal punto di vista istituzionale venne avviata la transizione da regime totalitario a Stato di diritto e si tennero le prime libere elezioni aperte anche a partiti di opposizione. Fu introdotto nel dibattito politico il concetto di ‘glasnost’ (trasparenza) al quale venivano associate battaglie per libertà di parola, diritti individuali, lotta alla corruzione e denuncia dei crimini commessi dai precedenti leader sovietici.

Fallimento delle riforme

Questi notevoli cambiamenti formarono due schieramenti contrapposti. Coloro che volevano accelerare sulla strada delle riforme per far divenire la Russia una nazionale capitalista simile in tutto e per tutto a quelle occidentali e chi invece voleva conservare l’impostazione di base dell’Unione Sovietica se pur con alcune correzioni. Gorbaciov cercò di mediare tra ‘radicali’ e ‘conservatori’ ma la situazione ben presto andò aggravandosi.

La liberalizzazione economica non portò nell’immediato i benefici sperati e l’allentamento dell’apparato di controllo centrale portò ad una rapida diffusione di istanze indipendentiste. A differenza di quanto sperato dai riformisti infatti a prendere piede non furono movimenti di ispirazione liberaldemocratica ma gruppi nazionalisti che si posero subito in forte contrasto con Mosca oltre a causare conflitti interetnici. Le riforme di Gorbaciov arrivarono probabilmente in ritardo e furono proposte in modo confuso finendo così per accelerare il processo interno di disgregazione dell’Urss.

L’abbandono della dottrina Breznev in politica estera ebbe conseguenze devastanti per l’Unione Sovietica. I partiti comunisti furono spazzati via alle prime libere elezioni in buona parte dei paesi dell’Europa dell’est. La crisi più grave si verificò in Germania, dove decine di migliaia di persone cercavano ogni giorno di passare dalla filo-sovietica Repubblica Democratica Tedesca (DDR) all’occidentale Repubblica Federale Tedesca. L’annuncio di una parziale apertura delle frontiere della Ddr portò ad un assalto spontaneo della popolazione al muro di Berlino che venne abbattuto dalla folla nella notte tra il 9 e il 10 novembre del 1989. Il successivo incontro a Malta tra Gorbaciov e il Presidente statunitense George Bush sancì di fatto la fine della Guerra Fredda, con la reciproca promessa di smantellare Patto di Varsavia e Alleanza Atlantica, cosa in realtà che gli americani si guardarono bene dal fare.

Ascesa al potere di Boris Eltsin

Al consenso del quale Gorbaciov godeva all’estero, non soltanto tra i simpatizzanti comunisti e che lo portò ad essere insignito nel 1990 del premio Nobel per la pace, non corrispondeva però un analoga popolarità in patria. Con le prime libere elezioni della storia russa che si svolsero nel 1989 si formò un parlamento in maggioranza ostile alle riforme ma nel quale cominciò ad emergere la figura politica di Boris Eltsin. Eltsin criticava la lentezza e la confusione del processo riformatore che avrebbe voluto più rapido e radicale, sostenendo la tesi secondo la quale la Repubblica Russa doveva rendersi il più possibile autonoma rispetto all’autorità centrale sovietica.

La situazione nelle altre repubbliche era sempre più fuori controllo. L’Armenia in seguito al mancato sostegno da parte di Mosca alla sue rivendicazioni territoriali sul Nagorno Karabakh disconobbe l’autorità sovietica. L’imposizione della lingua georgiana alle minoranze osseta e abcasa causò una guerra civile nella Transcaucasia. A Vilnius in Lituania le truppe sovietiche intervennero attaccando i manifestanti nazionalisti che avevano occupato la sede centrale della televisione uccidendo decine di persone. Scenario simile anche a Baku in Azerbaijan. Ma si trattava di una reazione ormai tardiva.

Nel 1991 Eltsin venne eletto a larga maggioranza come Presidente della Repubblica Russa ed emanò un decreto che dava priorità alle leggi russe rispetto a quelle sovietiche. Si vennero a creare quindi due differenti centrali di potere, quella russa con a capo Eltsin e quella sovietica guidata da Gorbaciov. Il peggioramento delle condizioni economiche portò a scioperi e manifestazioni a Mosca e Leningrado. Nonostante tutto ciò a marzo si svolse un referendum popolare in cui il 77% dei votanti si espresse a favore della conservazione dell’Unione Sovietica.

Dall’URSS alla CSI

Gorbaciov volle quindi provare a salvare l’Unione Sovietica trasformandola in un soggetto federale. Ma a scombinare i suoi piani arrivò un tentativo di golpe. Ad agosto quando trascorreva un breve periodo di ferie in Crimea, i ministri di Difesa e Affari Interni insieme a molti alti funzionari governativi dichiararono lo stato di emergenza e assunsero il potere con lo scopo di fermare il corso delle riforme ma trovarono uno scarso sostegno sia tra i governatori locali che tra i vertici militari. Anche parte della popolazione moscovita si mobilitò contro di loro, capeggiata da Boris Eltsin che arringava la folla in piedi su un carro armato. Dopo soli tre giorni i golpisti si arresero.

Eltsin, convinto che ormai l’Urss non fosse più salvabile e mosso anche da rancori personali nei confronti di Gorbaciov, colse questa occasione per muoversi alle sue spalle. In un incontro privato a dicembre nella foresta di Belavezha in Bielorussia con i presidenti delle repubbliche di Ucraina, Leonid Kravchuk, e Bielorussia, Stanislau Suskevic, venne decretata la fine dell’Unione Sovietica e il passaggio alla Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), alla quale aderirono tutte le repubbliche ex-sovietiche ad eccezione di quelle baltiche, Estonia, Lituania e Lettonia, che erano già fuoriuscite dall’Urss dichiarando la loro indipendenza.

Dopo 74 anni l’Unione Sovietica cessava di esistere, senza nessuna reazione popolare e senza spargimenti di sangue.

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