LA GUERRA ECONOMICA
Le sanzioni finanziarie imposte alla Russia e il tracollo dell’Occidente

In questo articolo continuiamo l’analisi della guerra economica in atto tra Occidente e Russia. Nel primo capitolo ci siamo occupati delle sanzioni volte al blocco dell’industria bellica, vedendo come la Russia è riuscita fin’ora a ovviare ai blocchi. In questo articolo vogliamo occuparci delle sanzioni costruite ad hoc per boicottare la Russia sul piano finanziario.
Il tentativo di Biden e Draghi per un regime change
Come dichiarato da Biden nel corso della sua visita in Polonia nel marzo del 2022, l’obbiettivo era quello di creare le condizioni, tramite un’ondata sanzionatoria senza precedenti, per un crollo economico russo funzionale a realizzare un regime change a Mosca. A questo scopo, si possono immaginare concepite le sanzioni di tipo più che altro finanziario, rispetto a quelle commerciali volte a bloccare l’import-export di merci.
Queste hanno riguardato in primo luogo una misura piuttosto clamorosa, sicuramente inattesa da parte russa, ovvero il “congelamento” (di fatto il furto) delle riserve ufficiali della Banca Centrale Russa e di altre attività finanziarie detenute da soggetti russi pubblici e privati, in subordine l’esclusione delle banche russe dal sistema di regolamento SWIFT (che regola i pagamenti internazionali in dollari e perciò le cui redini sono in mano agli USA), il divieto di accesso degli operatori finanziari russi ai mercati occidentali (con l’importante eccezione i Gazprombank e delle banche russe legate ai colossi pubblici dell’energia) e il divieto per questi ultimi di operare in rubli.
Da notarsi che la proposta di congelare le riserve valutarie ufficiali russe, sia stata presentata in Consiglio Europeo da Mario Draghi (che certamente conosce bene la materia), che, quindi, ha ritagliato per l’Italia un ruolo di “falco”, del tutto incoerente con i più recenti approcci in politica estera italiani, in primis quelli attribuibili ai vari governi Berlusconi.
La proposta ovviamente è subito stata accolta con entusiasmo dalle istituzioni di Bruxelles e Francoforte ed entrata ben presto in vigore. Così facendo, la Russia si è ritrovata a marzo 2022 con circa 330 miliardi di dollari di riserve sanzionate.
La crisi del rublo
In quel momento effettivamente sembrava che la politica sanzionatoria potesse infliggere un colpo mortale alla Russia: il rublo sprofondò di valore passando da un cambio di circa 72 rubli per dollaro ante-guerra ad un picco negativo di 135 rubli per dollari (con Biden che esultava e parlava della possibilità di trascinare il cambio ad un rapporto di 1 dollaro per 200 rubli).
Con lo sprofondare del rublo (che non poteva più essere assistito dal rilascio strategico delle riserve valutarie), schizzava in alto anche l’inflazione (principalmente divenendo più costose le importazioni, anche quelle da paesi non ostili che non avevano rotto i rapporti commerciali con la Russia), che dal 9.2% del febbraio 2022 passava ad un picco in aprile di oltre il 17%. Molti russi (soprattutto a Mosca e a San Pietroburgo), memori dei disastri degli anni ‘90, associando alla svalutazione del rublo il rischio di un crollo del sistema bancario e di una volatilizzazione dei propri risparmi, cominciarono a presentarsi agli sportelli bancari per ritirare in contanti le proprie disponibilità liquide, prospettando un tipico scenario di crisi bancaria da “corsa agli sportelli”.
In quel frangente, a quanto pare, la governatrice della Banca Centrale Elvira Nabiullina avrebbe presentato una richiesta di dimissioni al presidente Putin, il quale rifiutandole, stimando che un tale segnale di debolezza avrebbe potuto tradursi nel panico finanziario, ingiunse invece alla Nabiullina di tenere i nervi saldi per trovare una soluzione.

La risposta russa alle sanzioni
Bisogna riconoscere che è esattamente quanto la Nabiullina riuscì a fare: la Russia decide a questo punto di applicare alcune misure, più o meno convenzionali, per ristabilizzare la situazione.
In primo luogo, il tasso di riferimento della Banca Centrale venne bruscamente aumentato dal 9% al 20%, col fine di operare una decisa stretta monetaria per rafforzare il rublo e contenere la vampata inflattiva. In secondo luogo, sono state imposte misure di controllo dei capitali, quali il divieto di operare sui forex, la conversione forzata di valuta estera detenuta da privati in rubli e il blocco alle esportazioni di capitali in rubli, misura paradossalmente agevolata dalle sanzioni stesse, che imponevano agli intermediari finanziari di non avere relazioni con i soggetti russi.
Su questa scia venne emanato dal Cremlino anche un decreto che consente a soggetti russi di saldare in rubli esposizioni finanziarie denominate in valuta, dovute ad entità estere di paesi ostili alla Russia: in questo modo, si lascia a quest’ultimi comunque la facoltà di attingere alle riserve russe espresse nella propria valuta, che essi stessi mantengono sotto sequestro.
Per favorire la finanziabilità delle banche, le quali con i tassi immediatamente aumentati al 20% rischiavano di subire il contraccolpo di non avere fonti di finanziamento disponibili, la Banca Centrale si è anche impegnata a comprare oro a prezzi prefissati, con il governo che simmetricamente cancellava l’IVA sui metalli preziosi. Questa misura non ha alcun riferimento con un millantato “ancoraggio del rublo all’oro”, come alcuni invece hanno voluto interpretare.
La misura che da sola è servita a risolvere realmente la situazione è stato pretendere il pagamento direttamente in rubli delle esportazioni di gas e petrolio, dietro minaccia di una interruzione repentina delle forniture. La prassi precedente era quella di accettare pagamenti direttamente in euro (e in misura minore in dollari), che venivano poi appunto destinati ad alimentare le riserve, venendo reinvestiti in conti e titoli finanziari occidentali. Dal momento che questi ultimi erano oggetto di sanzioni, era anche piuttosto evidente che la Russia non avrebbe potuto continuare a vendere gas e petrolio senza avere un canale di reinvestimento del flusso in valuta estera.
Per altro la minaccia di interruzione delle forniture, congiuntamente con la politica sanzionatoria europea, ha fatto schizzare verso l’alto i prezzi del gas, laddove il gas per MWh oscillava normalmente tra i 15 e i 30 euro, nel 2022 è esploso restando stabilmente oltre i 50 euro, con punte oltre i 200 euro e addirittura nel corso dell’estate oltre i 300 euro, complice la politica della Commissione Europea che ha imposto agli Stati Membri di riempire in estate i siti di stoccaggio del gas, creando artificialmente un eccesso di domanda di gas russo, dal momento che i fornitori alternativi non erano ancora attrezzati per rifornire l’Europa.
L’ipocrita risposta europea: conti in rubli e ripatteggiamenti
Dopo alcune miserrime schermaglie verbali circa l’intransigenza europea nominalmente decisa a non piegarsi al “ricatto di Putin”, è stato subito evidente che, sommessamente, le compagnie europee si erano attrezzate per conto proprio o aprendo conti in rubli presso Gazprombank (banca non sanzionata) o tramite la foglia di fico di effettuare comunque pagamenti in euro, fatta salva l’azione di Gazprombank che provvedeva a scaricarli sul mercato di Mosca per convertirli in mercato aperto in rubli. Il risultato? Un deciso aumento di domanda di rubli (come normale, in situazione di cambi variabili), permettendo alla valuta di Mosca non solo di recuperare il terreno perso rispetto a febbraio 2022, ma di aumentare considerevolmente il proprio valore, passando dal picco negativo di 1 dollaro contro 139 rubli di inizio marzo, ad un massimo di 1 dollaro contro 53 rubli a fine giugno.
La netta efficacia della riconversione delle esportazioni russe di idrocarburi in valuta locale è stata tale da permettere anche alla Banca Centrale di correggere la politica dei tassi (decisamente proibitiva e naturalmente recessiva con tassi al 20%). Con tagli progressivi il tasso di riferimento è stato addirittura portato a un livello inferiore rispetto a quello del 9% in essere al 24 febbraio, ovvero si è stabilizzato ad un ragionevole 7.5%.
Anche l’inflazione ha moderato il suo corso, seppur resti oltre il 10%, poco più rispetto a quanto esperito in Europa e con una dinamica più positiva in termini di tassi reali, dati dal differenziale tra tasso d’inflazione e tassi nominali, rispetto alle economie occidentali. In questo è stata complice anche la politica del Cremlino di promuovere alcune politiche moderatamente inflattive, ma volte a consolidare il consenso interno come una rivalutazione e un aumento delle pensioni e degli stipendi.
