LA GUERRA ECONOMICA
PRICE CAP AL GAS E AL PETROLIO RUSSO
Un nuovo capitolo di analisi sulla guerra economica tra Occidente e Russia. In questa sezione, abbiamo deciso di concentrarci sulla normalizzazione dei mercati energetici dopo le sanzioni occidentali contro la Russia, esplorando il tema dei nuovi contratti dell’Unione Europea per il gas con fornitori alternativi. Discuteremo infine sull’efficacia limitata del prince cap sul gas e delle strategie russe per aggirare le restrizioni sulle importazioni di petrolio.
Cosa è successo ai mercati energetici dopo le sanzioni
Gli Stati Membri dell’Unione Europea, volenti o nolenti (vedi il sabotaggio di palese matrice anglosassone del North Stream), hanno stipulato nuovi contratti con nuovi fornitori: Stati Uniti (che pure sono nostri rivali economici), l’Algeria (che pure è un alleato strategico di Mosca), il Qatar (che pure sostiene in ogni modo l’estremismo islamico) e l’Azerbaijan (che pure conduce una sua guerra senza quartiere contro gli armeni). Tutto ciò ha permesso e una moderazione dei prezzi del gas (che a tutt’oggi oscillano sui 50 €/MWh, ovvero ben oltre le medie storiche, che vedeva i 30 €/MWh già come una soglia di massimo).
Detto questo, assolutamente nessun effetto ha giocato l’annunciato e tanto sbandierato price cap sul gas, perorato grandemente sia da Mario Draghi che da Giorgia Meloni, quale panacea a tutti i mali in Europa e che appunto si è andato ad inserire in una dinamica di moderazione naturale dei prezzi (per quanto stabilmente più altri rispetto al passato). Il price cap europeo sul gas alla fine è stato fissato alla soglia di 180 MWh, soglia abbondantemente superata dal mercato e perciò palesemente inapplicabile. Semplicemente è come se non ci fosse. Discorso diverso per quanto riguarda il petrolio.
La sfida del petrolio e la reazione degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti, per cercare di mitigare gli effetti sull’economia globale determinati dall’aumento dei prezzi energetici da una parte e per cercare di ridurre gli introiti russi dall’altra, hanno cercato di impiegare la propria influenza sull’Arabia Saudita, colonna portante dell’OPEC, chiedendole di aumentare in maniera significativa la produzione di petrolio in modo da ribassarne il prezzo.
La risposta è stata un secco no da parte del principe ereditario Bin Salman, a controprova del mutamento in atto negli equilibri geopolitici mondiali.
Per reagire, i paesi occidentali riuniti nel G7, hanno comunque cercato di replicare imponendo un price cap alle importazioni di petrolio russo, fissato nella soglia di 60 dollari al barile, considerata abbastanza alta per non indurre i russi a ritenere non conveniente la produzione (cosa che comporterebbe ulteriori distorsioni nel mercato globale) ma abbastanza bassa per ridurre i profitti delle compagnie russe. Il brent, in effetti, nel 2022 ha oscillato tra i 100 e gli 80 dollari al barile.
Le contromisure russe
I russi hanno immediatamente e con una certa efficacia tentato di aggirare anche questo ostacolo comprando in giro per il mondo vecchie petroliere in via di dismissione ed aumentando le esportazioni verso i paesi “non ostili”: le petroliere vengono riempite di petrolio russo, che viene poi trasbordato in petroliere di paesi terzi in acque internazionali e prende quindi la destinazione dei mercati occidentali.
Spesso i compratori di petrolio russo chiedono ed ottengono forti sconti sui prezzi di mercato: basti pensare che il petrolio degli Urali è stabilmente quotato a mercato con uno sconto di circa 30 dollari al barile rispetto al Brent. Tuttavia, gli acquirenti non sembrano disposti a rompere la loro collaborazione con la Russia. Anzi, pare che aumentino i casi di collaborazioni, soprattutto nei paesi arabi (che certamente non scarseggiano di risorse petrolifere proprie) i quali, a quanto pare, comprano il petrolio russo per mischiarlo con il proprio e reimbarcarlo poi per l’Europa aggirando così price cap e sanzioni.
