Storia della Russia, capitolo XIII: la rivoluzione bolscevica

Storia della Russia, capitolo XIII: la rivoluzione bolscevica

Nel 1894 morì Alessandro III lasciando il posto a suo figlio Nicola II che sarà anche l’ultimo Imperatore di Russia. Si racconta di come il giorno dell’incoronazione avrebbe pianto confidando al cugino: “Non sono pronto a essere uno Zar. Non ho mai voluto esserlo. Non so nulla su come si governa. Non ho la minima idea di come si parli ai ministri”. In effetti Nicola II non aveva il carattere e le capacità del padre ed era una persona facilmente influenzabile.

Proseguì nella scia della politica conservatrice del suo predecessore, sottomettendo gli zemstvo al potere dei funzionali statali e continuando il processo di russificazione. L’attenzione in politica estera fu focalizzata sull’Estremo Oriente dove in seguitò all’intervento in Cina per reprimere la Rivolta dei Boxer la Russia occupò la Manciuria scatenando nel 1904 una guerra contro il Giappone che si concluse però con un insuccesso e la perdita del controllo sulla base navale di Port Arthur.

La crescita economica del paese continuò senza sosta sotto la guida del Ministro delle Finanze Sergej Witte, poi promosso a Primo Ministro. Ma fu proprio il processo di industrializzazione a porre le basi per la rivoluzione che avrebbe rovesciato lo zarismo. Si vennero a creare due nuove classi sociali: i capitalisti, che avevano il controllo delle industrie, e il proletariato, che lavorava duramente nelle fabbriche. Falliti i tentativi dei primi gruppi radicali di coinvolgere i contadini nella lotta rivoluzionaria, tutto cambiò con la diffusione delle teorie dell’ebreo tedesco Karl Marx sul proletariato come “classe chiamata a liberare l’umanità”.

Inizio delle proteste operaie

Uno dei più noti seguaci del marxismo era Vladimir Ilic Lenin, appartenente all’intelligencija fu molto attivo nella propaganda clandestina e per questo spedito al confino in Siberia. Nel 1903 si svolse a Londra il secondo congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo nel quale si verificò una scissione tra l’ala radicale, guidata da Lenin, che riteneva necessario trasformare il partito in una avanguardia di rivoluzionari professionisti per deporre con la forza lo Zar e instaurare la dittatura del proletariato, mentre l’ala moderata, il cui leader era Julij Martov, riteneva utopico pensare ad una rivoluzione in quel momento e credeva che il socialismo russo avrebbe dovuto crescere gradualmente puntando a sostituire la monarchia con una repubblica democratica.

A prevalere, se pur di poco, fu la linea di Lenin. Per questo i suoi seguaci furono soprannominati ‘bolscevichi’ (da ‘bolsinstvo’ che in russo significa maggioranza) e la corrente minoritaria ‘menscevichi’ (da ‘mensinstvo’, ovvero minoranza). Sia Lenin che Martov, ma anche un’altra figura di spicco come Lev Trockij, avevano origini ebraiche. Oltre al Partito Operaio Socialdemocratico Russo esistevano anche altre formazioni di opposizione dall’orientamento liberale o socialista moderato.

Nel gennaio del 1905 ci fu un grande sciopero in una acciaieria alla periferia di Pietroburgo ed i lavoratori si diressero in corteo verso il Palazzo d’Inverno per chiedere riforme allo Zar. Prima ancora che Nicola II venisse avvertito, le guardie reali aprirono il fuoco sulla folla uccidendo oltre 100 persone in quella che passerà alla storia come la ‘Domenica di Sangue’. L’eco di questo tragico evento fu fortissimo e nei giorni seguenti centinaia di migliaia di lavoratori, dalla Polonia alla Siberia orientale, entrarono in sciopero. Numeri impressionanti se si considera la totale assenza di una guida centrale. Anche nelle campagne si registrarono tumulti e gli operai cominciavano ad organizzarsi attraverso ‘consigli di fabbrica’ (soviet).

Nel tentativo di frenare quell’ondata di proteste, che non accennava a placarsi da sola assumendo i caratteri di una vera e propria rivoluzione, lo Zar pubblicò ad ottobre il ‘Manifesto sulle migliorie dell’ordine statale’ (o anche ‘Manifesto d’Ottobre’) con il quale si istituiva per la prima volta un parlamento nazionale, la Duma di Stato, se pur con poteri piuttosto limitati. Successivamente nel 1906 venne emanata la ‘Legge fondamentale dello Stato’, una sorta di costituzione che trasformava quindi la Russia da autocrazia a monarchia costituzionale.

I gruppi più moderati, ma non i bolscevichi, erano contenti delle concessioni fatte e così gli scioperi terminarono per il momento. Secondo la nuova costituzione la Duma veniva formata tramite elezioni e poteva proporre leggi allo Zar, al quale però spettava sempre l’ultima parola. La politica cominciò ad essere argomento di discussione popolare e la censura praticamente scomparve. Tuttavia tutti i primi parlamenti furono sciolti per contrasti con il governo.

Prima guerra mondiale e fine degli Zar

Quando nel 1914 l’arciduca Francesco Ferdinando, erede designato al trono d’Austria, venne ucciso in un attentato a Sarajevo e l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, la Russia si sentì obbligata ad intervenire in difesa di quest’ultima in virtù della fratellanza tra popoli slavi. Inizialmente lo scoppio della Prima Guerra Mondiale venne accolto con grande patriottismo, anche tra gli operai. Ma il clima generale cambiò in seguito ad una serie di sconfitte militari nel 1915 che causarono circa due milioni di morti e fecero perdere alla Russia il controllo di Polonia e Lituania.

I bolscevichi di Lenin cercarono di trarre vantaggio dalla situazione facendo propaganda contro la guerra, nella speranza che una sconfitta nazionale portasse alla guerra civile. In seguito al peggioramento delle condizioni di vita nelle città, con generi di prima necessità che cominciavano a scarseggiare, l’8 marzo 1917 a Pietrogrado (nuovo nome di Pietroburgo che era ritenuto troppo germanico) ci fu un grande sciopero generale. L’esercito mandato a reprimere la rivolta si ammutinò e i ministri convinsero Nicola II ad abdicare. Era la fine della monarchia in Russia.

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