Storia della Russia, capitolo XV: l’epoca dello Stalinismo

Storia della Russia, capitolo XV: l'epoca dello Stalinismo

Nel 1929 venne varato il primo Piano Quinquennale di pianificazione economica che di fatto andava a chiudere l’esperienza della Nep. L’obiettivo di Stalin era quello di accelerare verso il socialismo attraverso il rafforzamento dell’industrializzazione di Stato e la collettivizzazione delle campagne. In entrambi i casi però vi furono non pochi problemi nella loro attuazione.

Problemi e successi della rivoluzione economica

A frenare lo sviluppo industriale erano la mancanza di ferro e acciaio, per la cui estrazione vennero costruite intere città negli Urali, e l’espulsione dalle fabbriche di manager e ingegneri dell’élite pre-rivoluzionaria. Inoltre l’aver concentrato i maggiori sforzi sull’industria pesante a discapito della produzione dei beni di consumo portò ad un generale peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, già costretta per la maggior parte a vivere in baracche adiacenti alle fabbriche o in appartamenti condivisi (kommunalki) all’interno di vecchi palazzi.

Ancora più drammatica la situazione nelle campagne. La classe dei piccoli proprietari terrieri (kulaki) venne cancellata mediante espropri, fucilazioni e deportazioni di massa in zone remote di Urali e Siberia che diventeranno i primi ‘gulag’ (campi di concentramento e lavoro coatto) della storia sovietica. Conseguenza di questa politica, complice anche il grave maltempo che nel 1932 colpì la parte meridionale del paese dove si produceva il grano, fu una tremenda carestia che uccise tra i cinque e i sette milioni di contadini nell’indifferenza del governo sovietico che non intervenne in alcun modo. Ma questa strage non fermò il processo di collettivizzazione. I contadini vennero costretti ad unirsi in fattorie collettive (kolchoz) dove lavorare terreni di proprietà dello Stato ricevendo in cambio come pagamento una piccola parte del raccolto calcolata in base ai giorni lavorati.

Se pur con costi altissimi in termini di vite umane, le riforme promosse da Stalin portarono ad una veloce modernizzazione dell’Unione Sovietica sia in campo agricolo che industriale, proprio nel momento in cui l’Occidente era alle prese con la Grande Depressione causata dal crollo della borsa di Wall Street nel 1929. A partire dal 1933 le tensioni sociali cominciarono a diminuire. Per cercare di aumentare la produttività industriale il partito sponsorizzava competizioni interne alle fabbriche allo scopo di premiare i migliori dipendenti. Il minatore del Donbass Aleksej Stachanov che era riuscito, grazie ad una riorganizzazione dei metodi lavorativi, ad estrarre una quantità di carbone di quattordici volte superiore alla media venne premiato come ‘eroe nazionale’ dando inizio al mito sovietico dello ‘stacanovismo’.

Assolutizzazione del potere attraverso il ‘Grande Terrore’

Nel 1934 il capo del Partito Comunista di Leningrado (la vecchia Pietroburgo ribattezzata così dopo la morte di Lenin) fu assassinato. Sebbene con tutta probabilità i motivi di quel delitto fossero passionali, il governo dette la colpa ai seguaci di Trockij e Stalin colse l’occasione di avviare una vasta campagna repressiva guidata dall’Nkvd (Commissariato del popolo per gli affari interni) che portò all’arresto di decine di migliaia di presunti ‘nemici del popolo’ tra i quali quasi tutto l’alto comando dell’Armata Rossa, eroi di guerra che furono prima torturati e poi giustiziati senza nessun processo. Nel 1937 il politbjuro emise un ordine segreto che assegnava ad ogni reparto regionale dell’Nvkd una quota di arresti ed esecuzioni da effettuare. Così le purghe si allargarono a macchia d’olio andando a colpire quasi sempre semplici cittadini privi di alcuna colpa, incastrati da capi d’accusa e prove fabbricati ad-hoc.

Si stima che tra il 1937 e il 1938, nel biennio passato alla storia come ‘Grande Terrore’, furono fucilate oltre 750.000 persone e un milione e mezzo deportate nei gulag. Anche l’apparato del partito non ne uscì indenne, numerosi furono infatti i membri del comitato centrale e gli alti funzionari a finire davanti il plotone di esecuzione su indicazione di Stalin e del Presidente del Consiglio Vjaceslav Molotov. Nel 1940 Lev Trockij, in esilio in Messico, fu ucciso da sicari stalinisti. Il sistema di lavoro forzato nei gulag diventò parte integrante dello sforzo industriale sovietico e a causa delle durissime condizioni di vita si calcola che oltre un milione di detenuti morirono di fame, malattia o stenti.

Il risultato del ‘Grande Terrore’ fu la totale concentrazione del potere nelle mani di Stalin che pose ai vertici dello Stato solamente i suoi più fedeli alleati. Nel 1941 lo stesso Stalin sostituì Molotov come Presidente del Consiglio, divenendo così contemporaneamente capo del partito e capo dello Stato e dando inizio ad un vero e proprio culto della sua personalità, con statue e toponomastica dedicate ovunque, benché gli piacesse poco comparire in pubblico e non fosse certo un grande oratore.

La centralizzazione del potere ebbe effetti anche sulla struttura federale dell’Urss, con le repubbliche che dipendevano sempre più strettamente da Mosca e l’avvio di campagne repressive verso i movimenti nazionalisti locali, soprattutto in Ucraina. La collettivizzazione delle campagne causò problemi in Kazakistan dove larga parte della popolazione era nomade e non accettava di stanziarsi, così oltre un milione di persone decise di emigrare in Cina.

La Chiesa Ortodossa fu oggetto di violente persecuzioni con pochissime parrocchie che riuscirono a salvarsi e buona parte del clero ucciso o deportato. Le festività sante furono sostituite da quelle comuniste. Una sorte analoga toccò anche alle altre fedi religiose minoritarie. Allo stesso tempo anche i diritti civili ‘laici’ subirono notevoli restrizioni con l’abolizione dell’aborto e la reintroduzione del reato di omosessualità

Nonostante gli importanti risultati conseguiti in economia, con l’Unione Sovietica arrivata ad essere la terza potenza industriale mondiale dopo Stati Uniti e Germania, la situazione generale era ben lontana dall’utopia promessa dai bolscevichi. La repressione di qualsiasi dissenso era peggiore che ai tempi dell’autocrazia zarista e le condizioni di vita dei proletari restavano sempre molto dure.

Verso la guerra mondiale

A livello internazionale a preoccupare l’Unione Sovietica era la rapida ascesa della Germania nazionalsocialista. Secondo il suo leader Adolf Hitler lo spazio vitale necessario allo sviluppo del popolo tedesco era da ricercarsi ad est, guardando quindi ai territori sotto l’influenza sovietica. Per scongiurare la minaccia Stalin decise di potenziare l’esercito e cercare alleati.

Gli investimenti nell’industria pesante bellica furono moltiplicati, prestando particolare attenzione alla produzione di aerei da bombardamento e carri armati, così come la ricerca delle tecnologie più avanzate. Per rompere l’isolamento internazionale l’Urss aderì nel 1934 alla Società delle Nazioni, proprio poco dopo l’uscita della Germania, cercando di convincere le potenze occidentali a creare una coalizione anti-tedesca.

Un primo confronto a distanza si verificò nel 1938 in occasione della guerra civile spagnola. In risposta al colpo di Stato del ‘Generalissimo’ Francisco Franco sostenuto da Germania e Italia, Stalin decise di fornire un forte sostegno militare alle forze di sinistra del Fronte Popolare. L’esperienza però non si rivelò fruttuosa e, complici anche forti contrasti interni tra comunisti e anarchici, l’alleanza anti-fascista venne sconfitta.

Hitler continuò così la sua avanzata. Nel 1937 formalizzò l’alleanza dell’Asse con l’Italia fascista di Mussolini ed il Giappone, nel 1938 annesse prima l’Austria e poi i territori tedescofoni dei Sudeti, precedentemente sotto il controllo della Cecoslovacchia. Stalin decise così di cambiare strategia e giungere ad un accordo con la Germania. Nel 1939 venne così stipulato il patto Molotov-Ribbentrop, dal nome dei due Ministri degli Esteri firmatari, con il quale Germania e Urss si impegnavano a non attaccarsi reciprocamente e si accordavano per spartirsi Polonia e paesi Baltici. Pochi mesi dopo le truppe di Hitler entrarono a Danzica, città abitata per il 95% da tedeschi, marciando velocemente verso il centro della Polonia. Contemporaneamente anche l’Unione Sovietica si affrettò ad annettere i territori orientali. Il 3 settembre Inghilterra e Francia dichiararono guerra alla Germania decretando l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1940 Lituania, Lettonia e Estonia vennero annesse come repubbliche sovietiche e, malgrado la strenue resistenza opposta dal piccolo esercito finlandese durante la Guerra d’Inverno, i territori della Carelia passarono dalla Finlandia alla Russia. Anche la Romania fu costretta a cedere Bessarabia e Bucovina settentrionale. Stalin, consapevole dell’imminenza e dell’inevitabilità di essere coinvolti nel conflitto mondiale in corso, ordinò l’aumento degli effettivi dell’esercito raggiungendo i cinque milioni di soldati. L’eliminazione di quasi tutti i vertici militari durante le purghe del Grande Terrore aveva però creato un vuoto in termini di esperienza e capacità strategiche.

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