Storia della Russia, capitolo XVI: la Grande Guerra Patriottica
Nel giugno del 1941, dopo una lunga serie di successi dalla Norvegia alla Grecia, le forze della Wehrmacht, l’esercito tedesco, dettero il via all’’Operazione Barbarossa’, ovvero all’invasione dell’Urss. L’avanzata iniziale fu fulminea. Lituania e Bielorussia caddero in pochi giorni e alla fine dell’estate l’esercito tedesco aveva già preso Kiev e si trovava alle porte di Leningrado. L’esercito sovietico aveva subito fortissime perdite e l’aviazione era stata quasi completamente distrutta dalla tedesca Luftwaffe. In risposta al tracollo Stalin fece fucilare centinaia di generali e assunse direttamente il comando delle forze armate. Furono evacuate verso est fabbriche e kolchoz, facendo terra bruciata lungo la ritirata in modo da non lasciare niente ai tedeschi che stavano pianificando l’assalto finale alla capitale Mosca.
Il ‘Generale Inverno’ ferma l’avanzata tedesca
In aiuto alla resistenza sovietica arrivò, così come durante l’invasione napoleonica nel XIX secolo, il ‘Generale Inverno’. Il rigido freddo russo frenò l’avanzata nazionalsocialista. Molti mezzi militari tedeschi erano stati messi fuori uso da temperature notturne che scendevano fino a -40 gradi. Nel dicembre del 1941 una controffensiva dell’Armata Rossa respinse l’esercito tedesco a quasi 200 km di distanza da Mosca infliggendogli notevoli perdite. Era la prima sconfitta militare di rilievo per la Germania dall’inizio della guerra. All’inizio del 1942 le fabbriche sovietiche evacuate erano tornate in piena attività e producevano aerei, carri armati, lanciarazzi e munizioni ad un ritmo superiore rispetto alla Germania. Le sorti della guerra stavano cambiando. Leningrado però si trovava sotto assedio tedesco senza possibilità di ricevere approvvigionamenti dall’esterno. Carestia, malattie e bombardamenti causarono circa un milione di morti tra la popolazione civile nei due anni e mezzo di assedio.
Battaglia di Stalingrado e ingresso in guerra degli Stati Uniti
Fallito l’assalto a Mosca e passato l’inverno, la Wehrmacht nell’estate del 1942 mosse una vasta offensiva verso sud con l’obiettivo di occupare il Caucaso prendendo possesso delle riserve petrolifere in Cecenia e Azerbaijan. L’avanzata si fermò però a Stalingrado (l’odierna Volgograd) dove incontrarono una forte resistenza sovietica che li costrinse ad una guerriglia casa per casa con la città ridotta ad un cumulo di macerie. A novembre una massiccia controffensiva dell’Armata Rossa con supporto di bombardamenti aerei e artiglieria pesante costrinse alla resa in soli quattro giorni l’esercito tedesco.
Anche gli Stati Uniti avevano dichiarato guerra all’Asse e cominciarono a fornire aiuti alimentari e bellici all’Unione Sovietica, ma la cosa più importante per l’Urss fu l’apertura di un secondo fronte in Europa che impegnasse le forze tedesche, cosa che avvenne nel 1943 con l’invasione americana dell’Italia. A novembre ci fu un primo incontro tra Stalin ed i presidenti di Stati Uniti, Franklin Roosevelt, e Inghilterra, Winston Churchill, a Teheran, nel quale cominciarono le discussioni sul futuro assetto dell’Europa una volta terminato il conflitto.
Spartizione dell’Europa
Entro la fine dell’anno le truppe sovietiche avevano rotto l’assedio di Leningrado, riconquistato Kiev e quasi tutti i territori occidentali. Nel 1944 le forze tedesche erano state spazzate via dall’Urss e l’Armata Rossa cominciò così la sua avanzata nei territori dell’Europa orientale, nei quali vennero creati governi di coalizione anti-fascista a guida comunista. Talvolta però le truppe sovietiche furono accolte non come liberatori ma come occupanti. Migliaia di ucraini, estoni, lettoni e altri cittadini delle repubbliche sovietiche scelsero infatti di combattere al fianco dei tedeschi in chiave indipendentista e anti-comunista.
Preoccupati dalla veloce avanzata dell’Armata Rossa in Europa, che aveva già raggiunto Romania, Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Ungheria, Austria e puntava diretta verso Berlino, gli Stati Uniti decisero nel 1944 di aprire un’altro fronte in Europa con lo sbarco in Normandia. In questo contesto nel febbraio 1945 si tenne a Yalta in Crimea il secondo incontro, dopo quello di Teheran, tra i presidenti delle nazioni che si avviavano a uscire vincitrici dal conflitto, ovvero Unione Sovietica, Stati Uniti e Inghilterra. In quell’occasione venne confermata la spartizione dell’Europa in zone d’influenza, con l’ovest agli anglo-americani e l’est ai sovietici, come di fatto già emerso dalla guerra.
L’obiettivo di Stalin era quelle di celebrare il 1 Maggio a Berlino, ma una tenace, per quanto disperata, difesa dell’esercito tedesco, gli consentì di prendere la città solamente il giorno successivo, nel quale fu issata la bandiera rossa sul parlamento tedesco (Reichstag). Nella notte dell’8 maggio, già 9 maggio a Mosca, la Germania firmò la sua resa incondizionata ponendo fine alla guerra in Europa. Quella data segnerà le future celebrazioni nazionali in Russia per la vittoria in quella che è stata battezzata come la ‘Grande Guerra Patriottica’.
Come concordato a Yalta, l’Unione Sovietica in estate dichiarò guerra al Giappone, sconfiggendolo in Manciuria e occupando la parte meridionale dell’isola Sakhalin e l’intero arcipelago delle Isole Curili.
Il conflitto aveva duramente messo alla prova l’Urss con circa 25 milioni di morti, quasi il 15% dell’intera popolazione pre-guerra, 1700 città distrutte e un’economia devastata. Tuttavia lo status di potenza vincitrice gli consentì di formare un blocco di paesi filo-sovietici in tutta l’Europa orientale (Romania, Bulgaria, Albania, Jugoslavia, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia e Germania dell’Est) e divenire membro permanente del Consiglio di Sicurezza della neonata Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).
